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Thursday 16 february 4 16 /02 /Feb 12:23

Carissima Sonia,

ti scrivo perché nutro una grandissima stima nei tuoi riguardi e penso che tu possa ascoltarmi.
In riferimento a quanto sta accadendo in Ucraina, in particolare riguardo il massacro dei cani e gatti randagi, in relazione ai futuri Europei di calcio, vorrei sapere se c'è qualche commissione che si sta occupando di questo problema.
E' deplorevole che il mondo del calcio (e non solo) non dica neanche mezza parola a riguardo, e so per certo, che come accade troppo spesso, tutto questo verrà oscurato perché ci sono interessi troppo grandi. 
So che ci sono problemi molto gravi in Italia, io sono una studentessa-lavoratrice di 24 anni, e vivo dei grossi disagi a causa di un sistema sociale che non mi garantisce alcun tipo di sicurezza. Accanto a tutti i disagi economici che vivo però sono convinta che comunque ci debbano essere dei principi fondamentali....Io non credo che i problemi economici possano giustificare delle mancanze culturali!!!..
Quando vedo le immagini di quei massacri ( come l'uomo, anche gli animali dovrebbero avere dei diritti) e soprattutto l'indifferenza di chi agisce solo per interessi economici mi rendo conto che siamo davvero ridotti male. 
La cosa che mi angoscia di più è il fatto che sembra ormai essere diventate la normalità: indifferenza e interessi economici; tuttavia io non riesco ancora ad abituarmici essendo stata educata all'onestà.
Seguo moltissimo le tue battaglie; so che ti impegni moltissimo per difendere i diritti civili e i principi fondamentali, spero veramente che tu possa sollevare la questione a chi di competenza.
Ti ringrazio, con stima,
Helene Hermsen
Di animaverde
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Sunday 17 april 7 17 /04 /Apr 09:15

Ieri, passando per una campagna, ho notato un’immensa distesa di terra con una grandissima quantità di alberi, tutti a terra.

Immaginavo la stessa distesa di terra, l’indomani: Un agglomerato di cemento messo lì per riempire le tasche di qualcuno.

E’ bellissimo parlare di ecosotenibilità, ma quanto la gente è disposta a sacrificare per salvaguardare la natura?

Pensavo alle notizie di cronaca di qualche settimana fa sui disastri causati dalle frane, e più pensavo e più saliva in me un senso di angoscia. Quanta contraddizione c’è in giro?Si sta facendo più o meno tanto per sensibilizzare le persone alla raccolta differenziata e non si fa niente per sensibilizzare ad avere rispetto per la natura sempre.

La natura è un patrimonio che va salvaguardato sempre, e non solo quando ci fa comodo!

Io credo sia una questione soprattutto culturale. Guardo ad esempio a paesi che da sempre hanno fatto politiche mirate a creare un senso civico.

Il senso civico è un processo che s’innesca da se attraverso un’educazione mirata e ad una politica fatta di regole chiare e da seguire!

 

Mi piacerebbe farvi leggere alcune righe di un racconto che a me ha commosso:

 

“Mi parve di scorgere in lontananza una piccola sagoma nera, in piedi. La presi per il tronco d’un albero solitario. A ogni modo mi avvicinai. Era un pastore. Una trentina di pecore sdraiate sulla terra cocente si riposavano accanto a lui.

Mi fece bere dalla sua borraccia e, poco più tardi, mi portò nel suo ovile, in una ondulazione del pianoro. Tirava su l’acqua, ottima, da un foro naturale, molto profondo, al di sopra del quale aveva installato un rudimentale verricello.

L’uomo parlava poco, com’è nella natura dei solitari, ma lo si sentiva sicuro di sé e confidente in quella sicurezza. Era una presenza insolita in quella regione spogliata di tutto. Non abitava in una capanna ma in una vera casa di pietra, ed era evidente come il suo lavoro personale avesse rappezzato la rovina che aveva trovato al suo arrivo. Il tetto era solido e stagno. Il vento che lo batteva faceva sulle tegole il rumore del mare sulla spiaggia.

La casa era in ordine, i piatti lavati, il pavimento di legno spazzato, il fucile ingrassato; la minestra bolliva sul fuoco. Notai che l’uomo era rasato di fresco, che tutti i suoi bottoni erano solidamente cuciti, che i suoi vestiti erano rammendati con la cura minuziosa che rende i rammendi invisibili.

Divise con me la minestra e, quando gli offrii la borsa del tabacco, mi rispose che non fumava. Il suo cane, silenzioso come lui, era affettuoso senza bassezza.

Era rimasto subito inteso che avrei passato la notte da lui; il villaggio più vicino era a più di un giorno e mezzo di cammino. E, oltretutto, conoscevo perfettamente il carattere dei rari villaggi di quella regione. Ce ne sono quattro o cinque sparsi lontani gli uni dagli altri sulle pendici di quelle cime, nei boschi di querce al fondo estremo delle strade carrozzabili.

Sono abitati da boscaioli che producono carbone di legno. Sono posti dove si vive male. Le famiglie, serrate l’una contro l’altra in quel clima di una rudezza eccessiva, d’estate come d’inverno, esasperano il proprio egoismo sotto vuoto. L’ambizione irragionevole si sviluppa senza misura, nel desiderio di sfuggire a quei luoghi.

Gli uomini portano il carbone in città con i camion, poi tornano. Le più solide qualità scricchiolano sotto questa perpetua doccia scozzese. Le donne covano rancori. C’è concorrenza su tutto, per la vendita del carbone come per il banco di chiesa, per le virtù che lottano tra di loro, per i vizi che lottano tra di loro e per il miscuglio dei vizi e delle virtù, senza posa. Per sovrappiù, il vento altrettanto senza posa irrita i nervi. Ci sono epidemie di suicidi e numerosi casi di follia, quasi sempre assassina.

Il pastore che non fumava prese un sacco e rovesciò sul tavolo un mucchio di ghiande. Si mise a esaminarle l’una dopo l’altra con grande attenzione, separando le buone dalle guaste. Io fumavo la pipa. Gli proposi di aiutarlo. Mi rispose che era affar suo. In effetti, vista la cura che metteva in quel lavoro, non insistetti. Fu tutta la nostra conversazione. Quando ebbe messo dalla parte delle buone un mucchio abbastanza grosso di ghiande, le divise in mucchietti da dieci. Così facendo eliminò ancora i frutti piccoli o quelli leggermente screpolati, poiché li esaminava molto da vicino. Quando infine ebbe davanti a sé cento ghiande perfette, si fermò e andammo a dormire.

La società di quell’uomo dava pace. Gli domandai l’indomani il permesso di riposarmi per l’intera giornata da lui. Lo trovò del tutto naturale o, più esattamente, mi diede l’impressione che nulla potesse disturbarlo. Quel riposo non mi era affatto necessario, ma ero intrigato e ne volevo sapere di più. Il pastore fece uscire il suo gregge e lo portò al pascolo. Prima di uscire, bagnò in un secchio d’acqua il sacco in cui aveva messo le ghiande meticolosamente scelte e contate.

Notai che in guisa di bastone portava un’asta di ferro della grossezza di un pollice e lunga un metro e mezzo. Feci mostra di voler fare una passeggiata di riposo e seguii una strada parallela alla sua. Il pascolo delle bestie era in un avallamento. Lasciò il piccolo gregge in guardia al cane e salì verso di me. Temetti che venisse per rimproverarmi della mia indiscrezione ma niente affatto, quella era la strada che doveva fare e m’invitò ad accompagnarlo se non avevo di meglio. Andava a duecento metri da lì, più a monte. Arrivato dove desiderava, cominciò a piantare la sua asta di ferro in terra. Faceva così un buco nel quale depositava una ghianda, dopo di che turava di nuovo il buco. Piantava querce. Gli domandai se quella terra gli apparteneva. Mi rispose di no. Sapeva di chi era? Non lo sapeva. Supponeva che fosse una terra comunale, o forse proprietà di gente che non se ne curava? Non gli interessava conoscerne i proprietari. Piantò così le cento ghiande con estrema cura.

 

Dopo il pranzo di mezzogiorno ricominciò a scegliere le ghiande. Misi, credo, sufficiente insistenza nelle mie domande, perché mi rispose. Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila, ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila, contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori o di tutto quel che c’è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla.

Fu a quel momento che mi interessai dell’età di quell’uomo. Aveva evidentemente più di cinquant’anni. Cinquantacinque, mi disse lui. Si chiamava Elzéard Bouffier. Aveva posseduto una fattoria in pianura. Aveva vissuto la sua vita.

Aveva perso il figlio unico, poi la moglie. S’era ritirato nella solitudine dove trovava piacere a vivere lentamente, con le pecore e il cane. Aveva pensato che quel paese sarebbe morto per mancanza d’alberi. Aggiunse che, non avendo altre occupazioni più importanti, s’era risolto a rimediare a quello stato di cose.

Poiché conducevo anch’io in quel momento, malgrado la giovane età, una vita solitaria, sapevo toccare con delicatezza l’anima dei solitari. Tuttavia, commisi un errore. La mia giovane età, appunto, mi portava a immaginare l’avvenire in funzione di me stesso e di una qual certa ricerca di felicità. Dissi che nel giro di trent’anni quelle diecimila querce sarebbero state magnifiche. Mi rispose con gran semplicità che, se Dio gli avesse prestato la vita, nel giro di trent’anni ne avrebbe piantate tante altre che quelle diecimila sarebbero state come una goccia nel mare.

Stava già studiando, d’altra parte, la riproduzione dei faggi e aveva accanto alla casa un vivaio generato dalle faggine. I soggetti, che aveva protetto dalle pecore con una barriera di rete metallica, erano di grande bellezza. Pensava inoltre alle betulle per i terreni dove, mi diceva, una certa umidità dormiva a qualche metro dalla superficie del suolo.

Ci separammo il giorno dopo.

 

L’anno seguente ci fu la guerra del ’14, che mi impegnò per cinque anni. Un soldato di fanteria non poteva pensare agli alberi. A dir la verità, la cosa non mi era nemmeno rimasta impressa; l’avevo considerata come un passatempo, una collezione di francobolli, e dimenticata.

Finita la guerra mi trovai con un’indennità di congedo minuscola ma con il grande desiderio di respirare un poco d’aria pura. Senza idee preconcette, quindi, tranne quella, ripresi la strada di quelle contrade deserte.

Il paese era cambiato. Tuttavia, oltre il villaggio abbandonato, scorsi in lontananza una specie di nebbia grigia che ricopriva le cime come un tappeto. Dalla vigilia m’ero rimesso a pensare a quel pastore che piantava gli alberi. Diecimila querce, mi dicevo, occupano davvero un grande spazio.

Avevo visto morire troppa gente in cinque anni per non immaginarmi facilmente anche la morte di Elzéard Bouffier, tanto più che, quando si ha vent’anni, si considerano le persone di cinquanta come dei vecchi a cui resta soltanto da morire. Non era morto. Gli erano rimaste solo quattro pecore ma, in cambio, possedeva un centinaio di alveari. Si era sbarazzato delle bestie che mettevano in pericolo i suoi alberi. Perché, mi disse (e lo constatai), non s’era per nulla curato della guerra. Aveva continuato imperturbabilmente a piantare.

Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e, poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta. Misurava, in tre tronconi, undici chilometri nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione….”

Tratto da “l’uomo che piantava gli alberi”

Di animaverde
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Tuesday 5 april 2 05 /04 /Apr 08:55

E' il concetto chiave che è oggi alla base di uno stile di vita, mirato a costruire, per le generazioni a venire, un Futuro. 

Cos'è che rende, specialmente per i paesi, cosidetti "sviluppati", difficile l'applicazione di un modello di vita Ecosostenibile? Madre Natura ci ha regalato un patrimonio di energia quasi inesauribile;

Cos'è che spinge l'uomo a non evolvere, a non migliorare la propria condizione?

La risposta potrà sembrare scontata e la maggior parte sarà portata a pensare che è la corsa al Soldo che genera tutto ciò....Ma allora a cosa può servire lo sviluppo, se poi siamo portati a fare delle scelte, e alla fine scegliamo ciò che ci fa più comodo?!

Io credo che bisognerebbe davvero prendere consapevolezza del fatto che scegliere ciò che fa più comodo è una delle cause di questo grande malessere generale....

Di animaverde
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Monday 4 april 1 04 /04 /Apr 21:59

Ciao a tutti,

Questo blog nasce con l'idea di riunire tutti coloro che, appassionati di architettura, design e innovazione, hanno il desiderio di condividere idee, articoli, novità ecc..

Questo blog vuole essere un punto di informazione e di sensibilizzazione su tutto ciò che riguarda l'innovazione applicata all'ecosotenibilità.

Ho voluto creare questo blog con l'intento di riunire tutti coloro che pensano che c'è bisogno di una svolta nelle tecnologie...perchè la natura soffre...e ce lo fa sentire costantemente.

Oggi, ancor più di ieri c'è bisogno di maggiore sensibilità per capire che in questo modo non si può andare avanti....Madre Natura ci ha offerto, oltre alla logica, la possibilità di scegliere....

Di animaverde
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